legge pagine su Frankenstein e le macchine ribelli

  • lunedì 19 Aprile 2004 - 21.00
VivaVoce

Frankenstein è il libro di Mary Shelley che esce nel 1818 da cui si origina il mito dell’uomo sovradimensionato e mostruoso creato in laboratorio con pezzi di cadaveri messi assieme. Il mito è stato poi amplificato dal cinema (1931), tanto che la faccia del mostro (che prende il nome dallo scienziato padre creatore) ha ormai fissata nell’immaginazione comune la faccia dell’attore inglese Boris Karloff, dalla fronte orrendamente sopraelevata e cucita perché stia insieme. Il libro di Mary Shelley è il lamento di Frankenstein mostro, per la disgrazia di essere artificiale e malfatto, di avere avuto cioè un creatore un po’ pasticcione e incompetente; e di essere unico e solo. Ma tutto lo svolgimento del libro (la vendetta del mostro) è abbastanza forsennato nella sua gelida e sparsa ambientazione: sui ghiacciai del monte Bianco, nelle isole Orcadi e poi la inverosimile fuga in slitta verso il Polo Nord, con questa assillante predilezione per la neve e il gelo.
Questo dell’essere umano artificiale, rimane poi sempre tema di attrazione e spavento. Anche quando l’essere è femmina, come nel misterioso racconto di Hoffmann, Der Sandmann (L’uomo di sabbia) del 1817, dove la femmina è però ancora meccanica, settecentesca, un manichino ad orologeria, che tuttavia (come testimonia anche Casanova nelle Memorie) rappresenta evidentemente per gli uomini di sesso maschile un costante e intenso ideale voluttuario.
Nella fantascienza (in Philip Dick, Do androids dream of electric sheeps?, da cui lo straordinario film Blade Runner) Rachael è l’androide femmina con la quale il cacciatore di androidi Rick va malinconicamente a letto, riflettendo se sia meglio una androide o una moglie, se in ogni caso non ci si intenderà mai, e se non sia anche questione del programma troppo breve di vita.
L’apprensione viene dal fatto che tra noi umani e gli esseri artificiali si sospetta non ci sia una differenza così decisiva.

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