Politiche della ricerca

Autonomia del ricercatore e condizionamento socio-politico

  • venerdì 16 novembre 2012 - 17.30
Centro Culturale

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In un articolo di Andrea Boggio e Fabrizio Ferraro, pubblicato recentemente, sono stati discussi tre miti sulla ricerca in America: miti in quanto fatti non veritieri a cui si accenna spesso nelle discussioni sull’università in Italia. «Quello che colpisce di più del dibattito pubblico sulla ricerca e sull’Università in Italia, e per certi versi anche a livello europeo, è il continuo confronto con un modello americano di ricerca che non esiste: una ricerca di eccellenza, finanziata dai privati, e portata avanti da ricercatori eccezionali» (A. Boggio e F. Ferraro, Tre miti sulla ricerca in America, http://www.lavoce.info/articoli/pagina2871.html). Esaminiamo dunque brevemente i tre miti. Il primo riguarda la tesi secondo cui la ricerca statunitense è essenzialmente finanziata da privati. Al contrario, la maggior parte dei fondi di ricerca è di provenienza pubblica. Infatti, la spesa per la ricerca universitaria è stata pari, nel 2005, a circa 45 miliardi di dollari, e il governo federale ha contribuito con circa 29 miliardi (64%), mentre i governi dei vari Stati con altri 3 miliardi. Le imprese hanno partecipato solo per il 5% delle spese; il resto è stato coperto dalle università stesse con fondi propri e da organizzazioni non-profit di vario tipo. Inoltre va notato che dal 2000 al 2005 il governo federale ha aumentato i fondi per la ricerca del 66% (da 17 a 29 miliardi di dollari). Lo sviluppo di Internet così come la ricerca nucleare e sul genoma umano sono possibili grazie al finanziamento federale. Il secondo mito riguarda la convinzione che la ricerca negli Stati Uniti sia essenzialmente di eccellenza. Al contrario, oltre alle grandi università che tutti conosciamo (Harvard, Princeton, MIT, Berkeley, ecc.), c’è una miriade di piccole università che svolgono ricerche di più basso profilo anche a livello locale. Il terzo mito riguarda la tesi secondo cui avere ricercatori eccezionali sia sufficiente a rendere efficace il sistema. Al contrario, la ricerca di altissimo livello statunitense è inserita in un complesso sistema di grandi e prestigiose università e di piccole università che costituiscono il fondo strutturale e il serbatoio di energie da cui la ricerca di avanguardia attinge per il suo sviluppo. Infine, è bene notare che le università americane sono enti non-profit e possono fare affidamento sulle donazioni da parte di privati o fondazioni private. Nessuna università americana di prestigio si mantiene sulle tasse degli studenti.
Inoltre bisogna tener presente che i due compiti dell’università sono l’insegnamento e la ricerca, entrambi importanti per la società. Si tratta di aspetti complementari poiché un insegnamento di qualità si sviluppa in un ambiente creativo, dove si svolge ricerca d’avanguardia. L’insegnamento e la ricerca sono dunque strettamente connessi e il loro destino è comune: c’è bisogno non solo di istituzioni che si occupino unicamente della ricerca o dell’insegnamento, ma anche di università tradizionali in cui entrambi questi aspetti siano presenti. Se la ricerca viene abbandonata a se stessa dallo Stato, sarà tutto il sistema universitario a risentirne.
Negli Stati Uniti, come in tanti altri paesi, sono ben chiari i motivi che rendono necessario il finanziamento pubblico della ricerca. Facciamo un esempio concreto. Quando Albert Einstein formulò nel 1915 la teoria della gravitazione, nota come teoria della relatività generale, certo non si sognava di contribuire allo sviluppo, a distanza di quasi cento anni, di importanti applicazioni pratiche. Ma questo è proprio ciò che è avvenuto negli anni Novanta con la tecnologia GPS (Global Positioning System) che permette, tramite una rete satellitare, di calcolare la posizione di un ricevitore con un’approssimazione dell’ordine di un metro. Per un calcolo di tale precisione è necessario tener conto delle correzioni relativistiche. Questo semplice esempio mostra come uno dei motivi principali per cui la ricerca di base debba essere finanziata con fondi pubblici risieda proprio nella scala di tempo necessaria alla ricaduta dell’investimento. Nessun privato può permettersi di fare un investimento che, da una parte, è inevitabilmente ad alto rischio, in quanto non tutte le ricerche fondamentali portano ad applicazioni, e dall’altra richiede generalmente una scala di tempo di ritorno che può essere molto più lunga di qualsiasi intervallo temporale accettabile da un singolo individuo. Si potrebbero fare molti altri esempi delle ricadute tecnologiche della ricerca di base che hanno avuto dei tempi di ritorno più che decennali, dall’effetto fotoelettrico – di cui lo stesso Einstein nel 1905 diede l’interpretazione teorica riconosciuta con il premio Nobel nel 1921 -, alla base di tutti i sensori che trasformano la radiazione elettromagnetica in impulsi elettrici, al World Wide Web sviluppato al CERN per facilitare le comunicazioni tra i ricercatori che vi operano, fino alle importanti applicazioni diagnostiche dovute alle scoperte nel campo della fisica nucleare, come la risonanza magnetica nucleare. In un certo senso il finanziamento della ricerca di base può essere paragonato all’intervento statale nella costruzione di grandi opere (autostrade, ferrovie, ponti, ecc.). Le scale di tempo relative a queste situazioni sono anch’esse molto lunghe, e proprio per questo i privati non sono direttamente interessati ad investire capitali ingenti nella ricerca di base. Ma le ricadute possono essere importanti per la società nel suo complesso.

(da F. Sylos Labini e S. Zapperi, I ricercatori non crescono sugli alberi, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 102-104)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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