Privato sociale – Fondazione Collegio San Carlo

Privato sociale

Il ruolo delle associazioni e le nuove forme di solidarietà

  • mercoledì 24 marzo 2004 - 17,30
Centro Culturale

Per capire il senso e la portata del fenomeno del privato sociale, bisogna metterlo nel contesto delle sfide odierne. Si vedrà allora che il privato sociale rappresenta la frontiera delle politiche sociali del prossimo futuro perché il privato sociale ha un ruolo crescente nell’affrontare le seguenti sfide: (a) la crescente disgregazione del tessuto sociale; (b) la saturazione del modello di Stato sociale come sistema basato sul compromesso neo-corporativo, e quindi su sistemi di sicurezza centralizzati e a base fiscale; (c) le tendenze verso la regionalizzazione e la internazionalizzazione dei problemi sociali, ovviamente in connessione alle dimensioni economiche, culturali e politiche; (d) la pluralizzazione delle etnìe e delle culture, e i conseguenti riflessi sui sistemi di benessere; (e) la crescita generalizzata dei rischi e delle patologie sociali; (f) la richiesta di una nuova qualità di lavoro e di vita, volta ad una maggiore umanizzazione dei rapporti umani e delle organizzazioni di servizio, con la richiesta, per quanto sempre più problematica, del riconoscimento di nuovi diritti sociali e di cittadinanza in generale.

Può sembrare alquanto vago e sconnesso il legame fra questi temi e la teoria del privato sociale. Eppure bisogna saper vedere i fili, la trama, di una complessa rete che si va intessendo senza che ce ne accorgiamo. Il ruolo del privato sociale si basa precisamente sulle esigenze strutturali e di lungo periodo che nascono dal dover far fronte alle sfide appena dette, considerato che l’assetto consolidato di welfare state post-bellico non sembra più in grado di farlo.

Ciò che intendo sottolineare è il carattere strategico del privato sociale. Esso significa: un tipo di relazioni sociali a cui i sistemi societari dopo-moderni devono fare ricorso in maniera crescente e diffusa. Nel concetto di “tipo di relazioni” includo esperienze e pratiche vitali in contesti peculiari. Comprendere questa realtà, e questo futuro, non è facile per chi resta legato agli assiomi della modernità e ai loro esiti post-moderni (A.Giddens, U. Beck, Z. Bauman). Mostrare lo specifico del privato sociale, comunque, è un compito che non può essere assolto neppure per via empirica. A parte l’enorme carenza di dati conoscitivi e soprattutto di interpretazioni adeguate di tutto ciò che chiamiamo privato sociale, sono soprattutto le caratteristiche intrinseche del fenomeno (dinamicità, invisibilità relativa, carattere “emergente”) che lo impediscono.
Per un approccio non dogmatico al privato sociale, vale dunque l’avvertenza metodologica che non si può insistere oltre un certo limite sulla carenza di informazioni empiriche (quanti e quali siano i soggetti del privato sociale, che cosa facciano, quali esiti abbiano le loro azioni, ecc.), per il semplice motivo che le conoscenze sui dati di fatto è necessariamente il prodotto di bisogni e ipotesi, teoriche ed operative, che dipendono da caso a caso, da situazione a situazione, cioè da precisi contesti. Le informazioni si raccolgono sulla base di determinati bisogni conoscitivi operativamente orientati che non possono avere un carattere “totalizzante”: non esiste qualcosa come una “visione del mondo” del terzo settore ovvero del privato sociale, inteso come sfera di relazioni gestite autonomamente, orientata a produrre beni sociali e pubblicamente rendicontabile. L’assenza delle conoscenze empiriche non deriva solo da ritardi o arretratezze, ma anche dal fatto che è sempre nuova la problematizzazione del problema: se mancano le ipotesi di conoscenza finalizzata ad interventi precisi e contestuati, mancano per forza di cose anche le informazioni empiriche, o comunque saranno sempre insufficienti e inadeguate.

Per comprendere il privato sociale al di là di una raccolta inevitabilmente sommaria e approssimativa di dati statistici (che dicono qualcosa ma con grossi rischi di fraintendimenti e sotto-stime), è piuttosto necessario cercare una rappresentazione, insieme realistica e progettuale, del modo in cui un fenomeno – il privato sociale – è emerso e va emergendo come fenomeno sociale. Si tratta di adottare un nuovo sistema di riferimento da cui poter osservare un fenomeno sinora incompreso, o compreso con categorie tradizionali, e poi delineare come si pone oggi, il complesso problema delle relazioni fra privato sociale e Stato sociale in termini di sfide reciproche. Non è un caso se sappiamo poco o nulla del privato sociale. Il fatto è che, sinora, non è stato un “problema”, ma piuttosto una realtà data-per-scontata. Quando si pensa al privato sociale, molti pensano ancora alle nostre brave iniziative di solidarietà umana e sociale “dal basso”, talvolta più capaci e utili talvolta meno, talvolta più tranquille talvolta un po’ più turbolente e scomode, e così via.

Sia le conoscenze empiriche (la quanto-qualificazione dei tipi di organizzazioni esistenti e delle loro attività), sia le azioni concrete (legislazione, organizzazione dei servizi, ecc.) che possiamo produrre seguono per forza di cose il punto di vista limitato, cioè il particolare sistema di osservazione, che viene adottato. Non c’è dubbio che la prima difficoltà, e dunque il primo compito, sia quello di cercare il punto di vista più adatto al nostro obiettivo, che è quello di esplicitare una teoria. Ora, la teoria non dipende dalle informazioni empiriche (o statistiche) raccolte. Essa riflette un punto di vista prospettico adottato per comprendere e dispiegare un’azione sulla società. La prima regola, allora, è che il fenomeno del privato sociale venga osservato e compreso non per riferimento ad altro-da-sé, per esempio il punto di vista politico, giuridico, economico, amministrativo, ma per riferimento al suo stesso sistema di osservazione.

Con ciò, voglio dire che non si può definire e agire il privato sociale se non si tiene conto in primis del suo proprio punto di vista interno, per metterlo poi, dall’esterno, in relazione con gli altri sistemi della società (politico, economico, giuridico, amministrativo, e così via). Qual è questo punto di vista ? A mio parere, esso consiste in un modo diverso di “essere società”, di “fare società”, nelle sue diverse e complesse dimensioni (economiche, giuridiche, sociali, alla fine: “vitali”). Come tale, il privato sociale non è un settore “in più”, un ambito o sfera di relazioni suppletive o integrative di un assetto pubblico/privato che avrebbe solo bisogno di essere arricchito e integrato di parti mancanti o più funzionali di altre, esistenti o passate. Il privato sociale è, per così dire, il sintomo e l’anticipazione di una riorganizzazione complessiva della società, della società civile dopo-moderna.

Riferimenti Bibliografici

- G.P. Barbetta, Il settore nonprofit italiano. Occupazione, welfare, finanziamento e regolazione, Bologna, il Mulino, 2000; - C. Borzaga e L. Fazzi, Azione volontaria e processi di trasformazione del settore nonprofit, Milano, Angeli, 2000; - P. Donati et al., L’associazionismo sociale oltre il welfare state: quale regolazione?, Milano, Angeli, 1997; - L. Fazzi (a cura di), Cultura organizzativa del nonprofit, Milano, Angeli, 2000; - G. Rossi (a cura di), Terzo settore, Stato e mercato nella trasformazione delle politiche sociali in Europa, Milano, Angeli, 1997; - S. Stanzani, La specificità relazionale del terzo settore, Milano, Angeli, 1998.

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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