Abitare il suono

Gli oggetti sonori come attori sociali

  • Guido Barbieri

    Professore di Storia ed estetica della musica – Conservatorio B. Maderna di Cesena

  • venerdì 05 aprile 2019 - ore 17,30
Centro Culturale

Video integrale

0. Se il raggio della parola “suono” passa attraverso il prisma della parola “ambiente”, si moltiplica – come nel celebre esperimento di Newton – in un’incalcolabile varietà di significati possibili. Forse superiore ai sette colori fondamentali in cui si scompone un fascio di luce bianca.

1. Se, ad esempio, si intende il termine ambiente nella sua accezione più generica, ossia come tutto ciò con cui un essere vivente entra in contatto, allora il suono diventa uno dei numerosi oggetti fisici che popolano l’ambiente, esattamente come il vento, le nuvole, il sole, i pianeti. Nel momento in cui viene emesso da una qualsiasi fonte generatrice, infatti, il suono si muove nel tempo e nello spazio e dunque entra in contatto con una miriade di “recettori”: innanzitutto il corpo degli esseri viventi e i loro sensi. Non solo l’udito, ma anche la vista, la pelle, gli organi interni. Dunque, il suono – anche nella sua forma organizzata, la musica – deve essere considerato innanzitutto una delle componenti essenziali che orientano la percezione, la misura, la valutazione dell’ambiente da parte di un essere vivente.

2. Ma il suono si diffonde nello spazio, evidentemente, in modo del tutto indipendente dalla presenza “fisica” di uomini e animali. Il big bang (che un suono in fondo è stato…), lo zampillio di una sorgente, lo sciacquio di un remo sul fiume, il rombo di un motore a scoppio contribuiscono a disegnare, esattamente come il profilo di una collina o la sequenza di un filare di cipressi, quel particolare tipo di ambiente che noi chiamiamo paesaggio. Nel caso specifico a dipingere un determinato “paesaggio sonoro”, nell’accezione che imprime a questo termine Murray Schafer. Non a caso da Les cris de Paris di Clément Janequin fino alle prime epifanie della musique concrète francese degli anni Cinquanta, la scrittura musicale ha spesso cercato di realizzare o di imitare un “paesaggio sonoro”, un ambiente in cui la distanza tra suono e rumore tende fatalmente a ridursi fino a scomparire.

3. Il concetto di ambiente può anche essere ricondotto però a una misura puramente “materiale” e identificarsi con uno spazio architettonico preciso, come quello, nel nostro caso, di una sala da concerto, di un teatro oppure – come racconta John Cage – di una camera anecoica. In questo caso il suono dialoga in modo fitto e costante con l’ambiente in cui si muove e la scrittura musicale deve tenere necessariamente conto dello spazio architettonico al quale è destinata. Spesso, anzi, la forma musicale viene determinata dalla conformazione degli ambienti fisici: gli organa polifonici dei maestri di Notre Dame assumono non a caso – nel XIII secolo – il profilo ascensionale delle immense arcate della nuovissima Cattedrale, il madrigale cinquecentesco non oltrepassa mai il rigido confine “cameristico” della “stanza della musica” del palazzo del Principe, le sinfonie “aurorali” Franz Joseph di Haydn possiedono il suono scarno della piccola orchestra di corte dei principi Esterhazy, mentre quelle tarde, destinate alle moderne sale da concerto di Londra e Parigi, aumentano la massa sonora fino a raggiungere quella delle sinfonie viennesi del primo Beethoven. E nella musica elettronica contemporanea la spazializzazione del suono diventa uno dei parametri compositivi principali, allo stesso livello dell’altezza o della durata, tanto che Yannis Xenakis sostiene di non comporre “nello” spazio, bensì di comporre “lo” spazio.

∞. Caratteristica fondamentale della scomposizione prismatica di un fascio di luce è però quella – come si sa – di essere un fenomeno reversibile. Se al primo prisma se ne accosta un altro e lo si capovolge, i sette colori dell’iride si ricompongono nel fascio di luce bianca originario. Dall’unità alla molteplicità e nuovamente all’unità. Dopo essersi suddiviso nei significati molteplici della parola ambiente, il concetto di suono si può ricomporre in una unica accezione, quella che designa l’ambiente – secondo la prospettiva sociologica di Erving Goffman – come una sorta di palcoscenico sul quale gli esseri umani si comportano come attori che interpretano il proprio ruolo e, contemporaneamente, quello del pubblico. In questo caso il suono può, forse deve, essere inteso come un “attore sociale” che svolge la funzione di mettere in relazione tra loro gli altri attori e tende ad indicare loro una possibile interpretazione della realtà, fondata sulla condivisione della facoltà “etica” dell’ascolto.

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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