Grammatica del paesaggio contemporaneo

La fotografia come documento e come opera d’arte

  • Angela Madesani

    Storica e critica d’arte - Accademia di Belle Arti di Brera

  • venerdì 22 Marzo 2019 - ore 17,30
Centro Culturale

Video integrale

A metà degli anni Settanta si è tenuta la mostra dei New Topographics, che proponeva un modo nuovo di guardare il paesaggio che ha influenzato pesantemente tutto quello che ne è seguito. «Credo che le immagini di paesaggio possano presentarci tre verità: la verità geografica, quella autobiografica e quella metaforica. La geografia di per se stessa è a volte noiosa, l’autobiografia spesso banale e la metafora può essere equivoca. Ma presi insieme, come nelle opere migliori di artisti quali Alfred Stieglitz e Edward Weston, questi tre tipi di informazione si rafforzano a vicenda e alimentano ciò che tutti cerchiamo di mantenere intatto: l’attaccamento alla vita», scrive Robert Adams in La bellezza in fotografia, in cui è delineato il mutamento del processo estetico di quegli anni. Risale al 1974 il primo lavoro di Adams di una certa importanza, intitolato The New West: Landscapes Along the Colorado Front Range. Da questo momento ogni sua opera è dedicata a un luogo particolare. Lo scopo del suo lavoro è stato quello di rendere familiare ciò che sente perduto. Non ci troviamo più di fronte solo a una mera fotografia di documentazione, ma in ogni immagine è presente un’implicazione emotiva molto forte: l’uomo non appare mai direttamente, ma attraverso le conseguenze del suo operato nei confronti della natura. La figura umana compare in Our Lives and Our Children, sempre di taglio sociale, una serie di istantanee scattate in un centro commerciale, nelle quali emerge il concetto di “non luogo” coniato da Marc Augé, che popola la moderna cultura fotografica. Molte sono le referenze culturali di Adams: prima fra tutte la pittura e, in particolare, quello che a mio parere può essere considerato il più rivoluzionario dei pittori dell’Ottocento: Paul Cézanne.

Georges Perec, autore molto amato dai fotografi contemporanei, scrive nel 1974: «Non ho molto da dire a proposito della campagna; la campagna non esiste, è un’illusione. Per la maggior parte dei miei simili, la campagna è uno spazio di svago che circonda la loro seconda casa e che fiancheggia un tratto delle autostrade che prendono il venerdì sera quando vi si recano, e di cui la domenica pomeriggio, se se la sentono, percorreranno qualche metro prima di ritornare in città, dove, per il resto della settimana, saranno i cantori del ritorno alla natura».

L’immagine è memoria del soggetto che l’ha realizzata e non è più possibile considerarla in senso puramente oggettivo. Attraverso le fondamentali riflessioni di Adams si torna, per certi versi, a Peirce e alla sua lettura della fotografia in chiave semiotica; mentre per altri si può facilmente giungere all’ambito del digitale. A mio parere, in questo testo Adams ha anticipato alcune riflessioni di natura filosofica sul senso del digitale, sulla sua natura e i suoi scopi: la perversa invenzione dell’immagine e ancora la passione nei confronti del mezzo più che per la ricerca stessa.

 

(da A. Madesani, Storia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 2005, pp. 297-298)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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