«Ecclesia semper reformanda»

Variazioni sul tema della riforma della Chiesa

  • Emidio Campi

    Professore emerito di Storia della Chiesa - Universität Zurich

  • martedì 03 ottobre 2017 - ore 17:30
Centro Studi Religiosi

Audio integrale

Per molte persone la parola “Riforma” evoca immediatamente l’eroica memoria di un risoluto frate agostiniano tedesco che sfidò la Chiesa Romana affiggendo le sue novantacinque tesi il 31 ottobre 1517. Ma ben prima che fosse applicata al lavoro di Martin Lutero, la parola reformatio ha avuto una storia ampia e diversificata ed era già di uso comune nel latino classico. Nel suo senso più ampio, vuole significare ogni tentativo di rinnovare l’essenza di una comunità, di un’istituzione o di un gruppo attraverso il ritorno alle sue origini, alle sue fonti primarie. Infatti il concetto era conosciuto nella Cristianità sin dalle sue origini ed era utilizzato all’epoca dei Padri della Chiesa per indicare che i cristiani e la chiesa erano continuamente nella necessità di una reformatio in melius per Deum – nel bisogno di una trasformazione per il meglio. Da allora, e già a partire dall’inizio del V secolo, l’idea ha conseguito uno specifico significato religioso. (…) Alla vigilia della Riforma le concezioni della reformatio ecclesia non erano affatto uniformi. Esse spaziavano dalla richiesta conservatrice di un completo rinnovamento dell’antica eredità spirituale fino al radicale sostentamento della speranza escatologica. Tutte queste concezioni di reformatio erano orientate, in un modo o nell’altro, verso una condizione cristiana immaginata come immacolata, e tutte speravano nella sua comune futura restaurazione. (…) Gli storici sono certamente nel giusto nell’aver denominato come “riformatori” coloro che, in ultima analisi, hanno chiaramente compreso il vero senso del termine reformatio: ovvero, non un piano per intraprendere correzioni su scala diversa, ampia o ridotta, né un’orgogliosa espressione della ragione umana, ma piuttosto la straordinaria consapevolezza che la Chiesa è nata, vive e procede nella Parola di Dio. Ciò non significa una fuga dalla storia a favore di qualche astratta questione teologica. Il ristabilire il primato dell’autorità e dell’importanza della Parola di Dio è compatibile con la teoria storiografica che considera la Riforma protestante come parte dell’ampio processo di trasformazione politica, economica e socio-culturale che si estende dalla nascita dei comuni nel tardo medioevo al processo di confessionalizzazione della prima modernità. Saremmo infatti colpevoli di riduzionismo se sottovalutassimo o ignorassimo la preoccupazione dei riformatori per il fatto che la Parola di Dio non può essere imbrigliata dalle umane paure e dall’oscurantismo, ma deve essere coraggiosamente libera. Dall’incontro con la Parola proviene una nuova comprensione del messaggio cristiano, una nuova consapevolezza della natura della Chiesa, che non ha coinvolto solamente il rinnovamento della devozione e del culto, ma ha arricchito la comunità con un nuovo ethos pubblico corrispondente a una nuova percezione della fede. Questo incontro con la Parola non è nuovo perché nessuno lo ha mai conosciuto in precedenza, o perché i riformatori furono i primi che propriamente lo compresero – in effetti essi proseguirono un dibattito che era perdurato per secoli –, ma è nuovo e rigenerante per loro nella misura in cui per ogni generazione deve essere nuovamente ritrovato e sperimentato.

(da E. Campi, Was the Reformation a German Event?, in Id., Shifting Patterns of Reformed Tradition, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2014, pp. 16-23)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

Altre conferenze del ciclo

Torna all'archivio conferenze

Approfondimenti