Gerusalemme

Profetismo e messianismo nella tradizione biblica ebraica

  • Piero Stefani

    Professore di Bibbia e cultura - Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano

  • martedì 11 ottobre 2016 - 17.30
Centro Studi Religiosi

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Uno dei tratti più tipici della tradizione giudaica è di porre il messia figlio di Giuseppe accanto al messia di ascendenza davidica. La presenza di due messia trova il proprio punto di riferimento biblico in un passo del libro di Zaccaria (4,14). Sotto altra veste compare a Qumran (cfr. 1 QS 9,11; CD 12,23; 14,19; 20,1), dove accanto al messia laico, o messia d’Israele principe di tutta l’assemblea (1 QM 5,1; 1 QSb 5,20), che è rampollo di Davide (cfr. Commento a Is 4Q 161), vi è un altro messia, quello sacerdotale, discendente di Aronne, scrutatore della legge (CD 7,18), stella di Giacobbe (CD 7,19). All’epoca talmudica la pluralità di figure messianiche porta invece a presupporre, accanto al figlio di Davide, l’esistenza del figlio di Giuseppe. «Il figlio di Giuseppe fu messo a morte, come è scritto: “guarderanno a me che hanno trafitto e faranno lutto per lui come si fa per un unigenito” (Zc 12,10 secondo il testo masoretico)» (b. Sukkà 52a). La tradizione chiama questa figura anche “messia della guerra”, visto che combatterà le guerre di Gog e Magog (cfr. Ez 38-39). Alla fine verrà però ucciso da un antimessia chiamato Armilus (Romulus), a sua volta destinato a essere annientato dal vittorioso messia davidico. Gershom Scholem ha interpretato l’uccisione del figlio di Giuseppe come simbolo della “distruzione della storia”. È una posizione giustificata da una tesi di fondo: l’esistenza nel messianismo ebraico di due polarità contrastanti, una di carattere utopistico, l’altra tutta volta a sottolineare la componente catastrofica insita in ogni atto redentivo. È proprio quest’ultima a venir impersonificata dalla figura del figlio di Giuseppe (figura non a caso accantonata quando fu negata la presenza di una componente catastrofica insita nel messianismo). L’interpretazione proposta da Joseph Klausner vede invece nella figura del messia figlio di Giuseppe l’espressione del polo politico del messianismo ebraico, mentre il messia davidico rappresenta il polo spirituale collegato all’universale riconoscimento del monoteismo.
Le modificazioni apportate dall’età messianica, stando alla visione tradizionale, non sono certo frutto di un processo di evoluzione storica. Per il giudaismo rabbinico esse non segnano affatto il collasso definitivo della storia, bensì implicano un tipo di mutamento, anche violento (“doglie del parto”), ma sempre di una natura che si potrebbe chiamare millenaristica (e in questo senso va meditata l’interpretazione “politica” proposta da Klausner a cui si accennava poco fa). Così per esempio Saadya Gaon, che pure fa dell’età messianica il luogo di una parziale risurrezione dei morti e dell’adempimento letterale delle profezie di Isaia sulla trasformazione del mondo animale (cfr. Is 11,6-8), non dimentica mai il carattere terrestre, sia del modo in cui si manifestano le tribolazioni (cfr. Dn 12,1; Ez 20,35s.), sia della maniera di punizione dei malvagi, sia della ricompensa dei giusti tra le genti culminante nel collettivo e annuale pellegrinaggio verso Gerusalemme (cfr. Zc 14,6). Proprio quest’ultimo riferimento indica il termine chiave per la comprensione del messianismo ‘terrestre’ ebraico: la centralità di Gerusalemme. L’importanza di quest’ultima per l’intera economia della redenzione trova una sua suggestiva espressione nella massima talmudica secondo cui il Santo, benedetto Egli sia, dichiara: «Non entrerò nella Gerusalemme celeste fino a quando non sarò entrato in quella terrestre» (b. Ta’anit 5a).
(da P. Stefani, Introduzione all’ebraismo, Brescia, Queriniana, 2004, pp. 187-188)*

 

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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