La dieta dei santi

Perchè gli asceti cristiani odiavano la carne

  • giovedì 31 ottobre 1996 - 17,30
Centro Studi Religiosi

Dal punto di vista dei modelli alimentari, il cristianesimo opera una netta rottura nei confronti della tradizione pagana e di quella ebraica, negando qualsiasi distinzione tra cibi ‘puri’ e ‘impuri’ e trasferendo dall’oggetto al soggetto (vale a dire dal cibo consumato all’uomo che lo consuma) i valori etico-comportamentali legati all’alimentazione. La carne, in particolare, perde così ogni sacralità – nel duplice senso, positivo e negativo, di sacer e sacrum – e viene banalizzata a semplice strumento di sopravvivenza, al pari di ogni altro alimento.

Bisognerà chiedersi come mai, in netto contrasto con questo rivoluzionario messaggio evangelico, il mondo cristiano dei primi secoli tende a recuperare gran parte dei valori e dei comportamenti alimentari della tradizione pagana e di quella giudaica. Ciò avviene principalmente (ma non solo) nell’ambito dell’eremitismo e del monachesimo, dove troviamo, in un contesto di generale diffidenza verso il cibo come simbolo e strumento della corporeità (e perciò di esaltazione del digiuno come strumento di purificazione), un diffuso sentimento di avversione alla carne come principale ostacolo dietetico al raggiungimento della santità. In tale percorso, niente affatto lineare, prevalgono istanze di natura penitenziale, che, ponendo l’accento sulla rinuncia individuale, di fatto rovesciano la posizione del vegetarianesimo tradizionale, che intendeva la carne come negatività (la penitenza infatti presume sacrificio e, dunque, la rinuncia ad un bene sentito come positivo).

Non mancano, tuttavia, chiari accenni a scelte vegetariane dettate da motivazioni incongrue col messaggio cristiano e, dunque, incofessabili: soprattutto il rispetto della vita degli animali, che il cristianesimo rifiuta come valore etico. Su ciò si innesta una molteplicità di varianti, una pluralità di prospettive, magari fra loro contraddittorie ma tutte convergenti nel costruire una cultura ‘vegetariana’ che, appunto perchè ideologicamente impossibile nel contesto cristiano, svela il persistere di tradizioni diverse o forse, in qualche caso, di insopprimibili istanze antropologiche.

Riferimenti Bibliografici


- Jeanselme E., Le régime alimentaire des anachorètes et des moines byzantines, in Comptes rendus du 2me Congrès International d'Histoire de la Medecine, Evreux, 1922;
- Musurillo H., The problem of ascetical fasting in the Greek patristic writers, in «Traditio», XII, 1956;
- De Vogué, Travail et alimentation dans les Règles de Saint Benoît et du Maître, in «Revue Bénédictine», LXXIV, 1964;
- Muzzarelli M.G., Norme di comportamento alimentare nei libri penitenziali, in «Quaderni medievali», 13, 1982;*
- Dembinska M., Diet: a comparison of food consumption between some eastern and western monasteires in the 4th-12th centuries, in «Byzantyon», LV, 1985;
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- D'Ambrosio A., Per una storia del regime alimentare nella legislazione monastica dall'XI al XVIII secolo, in «Benedictina», 33/2, 1986;
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- Montanari M., Alimentazione e cultura nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1988;*
- Scarnera A., Il digiuno cristiano dalle origini al IV secolo, Roma, Edizioni Liturgiche, 1990.

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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