La mimesi nel gesto e nel rituale

  • Christoph Wulf

    Professore di Scienza dell'educazione - Freie Universität, Berlin

  • martedì 18 Febbraio 1997 - 17,30
Scuola Alti Studi

Quando parlo di mimesi nei gesti e nei rituali, parto da tre presupposti: in primo luogo, la mimesi non va intesa solo come un concetto dell’estetica, concetto che in primis designa l’imitazione della natura attraverso l’arte. Piuttosto, la mimesi è un concetto antropologico, come mostra già l’uso del concetto nell’antichità. In secondo luogo, la mimesi non va intesa come mera imitazione nel senso della produzione di copie. Piuttosto, la mimesi indica una capacità creativa umana, grazie alla quale nasce qualcosa di nuovo. Infine, l’origine del concetto di mimesi nella storia della lingua e il suo contesto d’uso originario rinviano già al ruolo che essa gioca per la messa in scena del comportamento corporeo, per la cultura del performativo. Già in epoca preplatonica viene indicato come “mimos” colui che, durante i festini dei ricchi, presenta scene comiche per il loro intrattenimento.

I gesti si possono intendere come movimenti del corpo, e sono fra le sue principali forme di espressione e rappresentazione. Poiché i corpi umani compaiono sempre in una conformazione storico-culturale, anche i loro gesti vanno letti nel proprio contesto. Il tentativo di interpretare i gesti come un linguaggio universale del corpo non ha soddisfatto le attese. Studi storici e di antropologia culturale mostrano che i gesti vengono compresi in modo differenziato nelle varie culture ed epoche storiche. I gesti sono movimenti significativi del corpo, a cui è sottesa un’intenzione, benché a partire da quest’ultima non si possano spiegare interamente le sue forme di espressione e rappresentazione. Vi è una differenza incolmabile fra i gesti come forme di espressione e rappresentazione corporee e il significato linguistico dei gesti, stabilito mediante interpretazioni. I gesti hanno un contenuto che travalica la loro intenzionalità e che diventa esperibile soltanto nella riproduzione mimetica.

In prima battuta i rituali si possono intendere come azioni senza parole, che si esprimono in gesti. Lévi-Strauss li definisce un linguaggio accanto al linguaggio (paralanguage), che, in quanto azione, non è riducibile alle parole. I rituali sono movimenti corporei che hanno un inizio, una fine e una direzione, e che assegnano agli interessati una posizione. I rituali si possono intendere come processi corporei simbolici codificati, tali da produrre, interpretare, preservare e modificare delle realtà sociali. I rituali si verificano nello spazio, vengono compiuti da gruppi e sono caratterizzati in senso normativo; includono degli elementi standardizzati e ammettono deviazioni da essi. Quando si attua un rituale, attraverso i movimenti corporei si producono emozioni, che a loro volta contribuiscono alla modificazione delle azioni rituali. Da qui deriva il potenziale sociale costruttivo dei rituali.

Attraverso l’azione e il comportamento rituali, vengono inscritte nei corpi delle norme sociali. Tramite questi processi di inscrizione, i rapporti di potere vengono incorporati. Tali processi avvengono in larga misura all’esterno della coscienza degli interessati, e proprio per questo producono effetti tanto più efficaci. Le ritualizzazioni generano situazioni sociali complesse e spesso conflittuali, per dirimere le quali occorrono talora considerevoli sforzi da parte degli interessati.

I rituali ottengono i propri effetti sociali servendosi dei corpi umani. Se i rituali sono movimenti simbolicamente codificati, essi hanno luogo in un contesto storico e culturale, ma non possono essere ridotti al loro significato simbolico. Essi rappresentano azioni corporee, e in quanto tali sono immediatamente connessi con la percezione, con l’aisthesis. Non c’è rituale per la cui attuazione e comprensione non occorrano i sensi. I rituali rappresentano in qualche modo delle “finestre” attraverso cui si può osservare la dinamica grazie alla quale gli esseri umani creano, preservano e modificano il loro mondo culturale, ivi comprese la famiglia e la scuola.

I rituali sono costrutti di ricerca, e la loro natura costruttiva reca talvolta con sé il pericolo di semplificare in modo inaccettabile il rapporto tra azione e interpretazione dell’azione. I costrutti procedono da determinati presupposti concettuali e dalle norme e valori in essi contenuti. In considerazione di ciò, la contestualizzazione dei rituali assume una rilevanza particolare: essa ne relativizza i caratteri salienti e induce alla cautela nel generalizzare ogni asserzione riguardo alla loro funzione sociale.

Riferimenti Bibliografici


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- J. Starobinski, A piene mani. Dono fastoso e dono perverso, Einaudi, Torino, 1995;*
- Ch. Wulf, D. Kamper e H. Gumbrecht (a cura di), Ethik der Ästhetik, Akademie Verlag, Berlin, 1994.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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