Il potere delle reliquie

La presenza del sacro intorno all’anno Mille

  • martedì 27 novembre 2018 - ore 17.30
Centro Studi Religiosi

«Santa Fede, di cui nel presente simulacro riposa una parte del corpo». Bernardo d’Angers vuole dire: che bisogno c’è del simulacro, se la cosa importante è la porzione del corpo della martire (il cranio)? Non dimentichiamoci che solo le reliquie della santa sono davvero importanti. E se, alla fine, assumerà importanza anche la statua, è perché essa evoca le fattezze e dunque fisicamente la memoria della santa. Ma è un soccorso in più, perché le reliquie non hanno certo bisogno di un simile sostegno per essere venerate, anzi, adorate. Le reliquie sono una certezza. Ademaro di Chabanne dichiara «frivolo» il racconto dell’arrivo in Aquitania della testa di san Giovanni per le circostanze storiche che vi vengono narrate, non per il fatto che, a quanto dice la stessa narrazione, il prezioso reperto avrebbe fatto resuscitare dei morti cui sarebbe stato imposto. Le reliquie sono la traccia concreta, l’ultima traccia, per così dire, vivente dell’esistenza santa e prodigiosa degli uomini di Dio. Sono ovviamente reperti anatomici di defunti, ma le anima una vita diversa e superiore. Chi si avvicina a esse con devozione sarà beneficiato: «Ci si rammarica se non si ha una malattia per la quale implorare la guarigione», scrive Rodolfo il Glabro. Lotario, futuro re d’Italia, verso il 930 fu posto ancora in fasce sull’arca che conteneva ciò che restava di san Colombano e fu risanato dalle febbri che lo divoravano e che avevano fatto disperare per la sua vita. Toccare le reliquie, toccare qualche cosa che sia stato a contatto con esse è una grazia, è una garanzia: per questo i romani straziavano i veli che avevano rivestito i santi martiri e nei quali erano avvolti i cadaveri dei pontefici. Per questo i pontefici erano avvolti proprio in quei veli. Al cospetto delle reliquie sono risanati i mentecatti e liberati gli indemoniati e gli ossessi, i ciechi ritrovano la vista, gli zoppi ricominciano a camminare. (…)

Neppure i santi autentici sfuggono alla mediazione degli uomini deputati al sacro. È vero che le reliquie fanno miracoli, è vero che le ossa di san Colombano strappano alla morte il futuro re d’Italia, posto a giacere sull’arca che le contiene, ma a un patto: «Dunque mentre i fratelli celebravano per lui le litanie e le messe, egli giaceva nel sonno. Finite le preghiere che erano state fatte per lui fu svegliato dal sonno: gli diedero da bere con la coppa del predetto santo e ottenne la perfetta salute fisica». C’è una concomitanza di tempi fra i riti e il miracolo. Certo è il santo che opera il miracolo, ma sono gli uomini che compiono i riti che ne trasmettono l’efficacia e ne scandiscono i tempi. Sono gli uomini sacri che interpretano la potenza del santo. Senza di loro non c’è né santità né efficacia. Senza di loro non possono esserci neppure le reliquie. Non c’è il sacro, se gli uomini del sacro non lo riconoscono come tale, non lo garantiscono e non lo fanno entrare nel circuito dei loro riti perfetti. Nel perfetto spazio del sacro.

 

(da G.M. Cantarella, Una sera dell’Anno Mille. Scene di medioevo, Milano, Garzanti, 2004, pp. 90 e 100-101)*

 

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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