Welfare

Le politiche sociali tra economia ed etica

  • Elena Granaglia

    Professoressa di Scienza delle finanze – Università di Roma Tre

  • venerdì 23 febbraio 2018 - ore 17:30
Centro Culturale

Benché da sempre gli Stati si siano occupati di funzioni quali la tutela dei bisogni, il termine stato sociale comincia a diffondersi soltanto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento in Germania. Da allora diverse sono state le definizioni proposte. Fra le più utilizzate, vi è quella di Asa Briggs secondo cui la caratteristica principale dello stato sociale sarebbe l’impegno a mutare gli esiti del mercato attraverso la realizzazione di un sistema di sicurezza sociale. Tipicamente incluse nella sicurezza sociale sono le politiche assistenziali, quelle previdenziali e quelle sanitarie. Accezioni più estese comprendono le politiche dell’istruzione e dell’abitazione nonché interventi di regolazione delle condizioni di lavoro. Come concreta realizzazione storica, lo stato sociale si sviluppa nelle democrazie di massa occidentali a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Differenti sono i modelli seguiti. Vi è il modello socialdemocratico, che ha caratterizzato gli stati sociali scandinavi, dove livelli elevati di tutela sono assicurati all’universalità dei cittadini, ampio spazio è attribuito all’offerta pubblica di servizi e istituti centralizzati di contrattazione collettiva permettono una bassa dispersione nella distribuzione primaria dei redditi. Vi è il modello liberale, seguito in diversi momenti dai paesi anglosassoni, dove i livelli di tutela sono più ridotti e concentrati selettivamente sui più poveri, i trasferimenti monetari sono proferiti rispetto a quelli di servizi e forti ineguaglianze caratterizzano la distribuzione primaria dei redditi. Vi è, altresì, il modello continentale, tipico del centro Europa, dove, pur esistendo una protezione di base per i più poveri, restano predominanti gli schemi mutualistici, tesi al mantenimento nel tempo dei diversi standard di vita. Infine, vi è il modello mediterraneo, con sistema di protezione sociale in larga misura particolaristici, dove, sotto l’influenza della dottrina sociale della chiesa cattolica, l’onere di molte responsabilità di cura resta affidato alla famiglia.
Dopo gli anni d’oro, dal secondo dopoguerra alla metà degli anni Settanta, numerose sono le sfide che assillano gli stati sociali. Alcune derivano dall’espansione delle domande di protezione sociale, a seguito dell’aumento delle attese di vita, della minore stabilità delle famiglie, dei mutamenti nella struttura industriale e dell’emigrazione dai paesi in via di sviluppo. Altre derivano dalle crescenti difficoltà per l’intervento pubblico, sul piano sia del finanziamento, a causa dell’integrazione dei mercati finanziari e dei più complessivi vincoli all’utilizzo della leva fiscale, sia della individuazione di assetti capaci di soddisfare utenti sempre più alla ricerca di interventi personalizzati. Diverse sono le soluzioni proposte o in via di attuazione. Fra queste, con il passaggio al XXI secolo, spiccano le richieste per una ridefinizione delle politiche sociali a sostegno rispettivamente del lavoro, come sostenuto dalla prospettiva del workfare, e del rafforzamento della libertà scelta degli utenti di ricorrere tanto al mercato quanto alle organizzazioni della società civile, come sostenuto dalla prospettiva della welfare society. Sostenere il lavoro significa, ad esempio, vincolare il diritto agli ammortizzatori sociali alla disponibilità di lavorare e/o sussidiare con crediti d’imposta a lavoratori a basso reddito. Rafforzare la libertà di scelta significa, invece, sostituire la produzione pubblica con forme di esternalizzazione (ai privati) della produzione o con schemi di buoni.

(da E. Granaglia, Stato sociale, in Enciclopedia filosofica, vol. 11, Milano, Bompiani, 2006)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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