Dietrich Bonhoeffer e la parola di Dio nel tempo della crisi

  • giovedì 25 gennaio 1996 - 17,30
Scuola Alti Studi

L’estremo volto della crisi epocale del secolo che volge alla fine è quello della décadence. Così la descrive Bonhoeffer: “Non essendovi nulla di durevole, vien meno il fondamento della vita storica, cioè la fiducia, in tutte le sue forme. E poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. Mancando la fiducia nella giustizia, si dichiara giusto ciò che conviene…Tale è la situazione del nostro tempo, che è un tempo di vera e propria decadenza”. (Etica, 91). La decadenza vorrebbe persuadere ad un ottimismo ingenuo, universale, che non ha bisogno di tenere ferma la negatività dell’avversario, perché tende solo a piegarlo al proprio calcolo e al proprio interesse, senza curarsi della verità. Il decadente è pronto ad accordarsi su tutto, con tutti, pur di affermare se stesso : la décadence svuota di forza il valore, perchè non ha interesse a misurarsi con esso. Ciò di cui si è più malati oggi è insomma la mancanza di passione per la verità: è questo il volto tragico della “mancanza di patria”. E’ il trionfo della maschera a scapito della verità: è il nichilismo della rinuncia ad amare, dove gli uomini sfuggono al dolore infinito dell’evidenza del nulla, fabbricandosi maschere di perbenismo, dietro cui celare la tragità del vuoto. Questa è la situazione che con intuizione anticipatrice Bonhoeffer aveva descritto nelle sue analisi dell’epoca moderna e in rapporto alla quale aveva proposto la centralità del Dio sofferente e il Vangelo del cristianesimo non religioso, in chiaro e forte contrasto con altre risposte teologiche, a suo avviso ancora malate di ideologia e compromesse con la malia dello spirito moderno.

Secondo Bonhoeffer la teologia nata dalla crisi del moderno è spesso restata un suo prodotto, una “teologia della crisi”, che prolunga in realtà soltanto il rantolo dell’ideologia. Ciò che occorre è allora una interpretazione non religiosa dei concetti biblici, una lettura che abbia come sua chiave ermeneutica la sofferenza del Dio crocifisso, l’infinita debolezza del suo abbandono, vissuto in piena fedeltà alla terra da lui amata, ed insieme in piena trasgressione di ogni assolutizzazione dell’orizzonte penultimo. Il grido dell’ora nona trafigge la chiusura totalizzante dell’ideologia, lasciando irrompere nel penultimo l’imminenza e la sovranità dell’ultimo. Mentre la “teologia della crisi” resta priginiera dell’idea, l’incontro con la Parola del Cristo vivente libera e cambia il cuore e la vita . Perciò Bonhoeffer cerca in una ben più radicale “crisi della teologia” la via per la persistenza del cristianesimo oltre il tramonto della modernità, nell’inquieto profilarsi del post-moderno: non un pensiero “forte”, totalizzante al pari delle visioni ideologiche, ma un pensiero “debole”, fondato sulla debolezza del Dio sofferente, appare al prigioniero di Tegel l’itinerario possibile alla terra promessa. “Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare. In questo senso si può dire che la descritta evoluzione verso la maggiore età del mondo, con la quale si fa piazza pulita di una falsa immagine di Dio, apra lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza. Qui dovrà appunto inserirsi l’interpretazione mondana” . (Resistenza e resa, 440). La differenza fra l’attaccamento religioso, in fondo semplicemente pagano, e il cristianesimo non religioso si misura precisamente sulla partecipazione alla sofferenza di Dio: “Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione / piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, / salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. / Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani. / Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, / lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, / lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. /I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza”. (Cristiani e pagani. Poesia, in Resistenza e resa, 427).

Su questa via lungi dal contrapporre l’ultimo al penultimo, il credente impara ad amare il penultimo nell’orizzonte dell’ultimo: “Solo quando si riconosce l’impronunciabilità del nome di Dio si può anche pronunciare finalmente il nome di Gesù Cristo; solo quando si ama a tal punto la vita e la terra, che sembra che con esse tutto sia perduto e finito, si può credere alla resurrezione dei morti e ad un mondo nuovo; solo quando ci si riconosce sottomessi alla legge di Dio, si può finalmente parlare anche della grazia, e solo dell’ira e la vendetta di Dio contro i suoi nemici restano realtà valide, qualcosa del perdono e dell’amore verso i nemici può toccare il nostro cuore. Chi vuole essere e sentire troppo frettolosamente e troppo direttamente in modo neotestamentario, secondo me non è cristiano…Non si può e non si deve dire l’ultima parola prima della penultima. Noi viviamo nel penultimo e crediamo nell’ultimo: non è così?” (ib., 225).
In Gesù Cristo l’ultimo non annulla, ma redime il penultimo: “Solo Cristo ci dà la realtà ultima, la giustificazione della nostra vita dinanzi a Dio, ma nonostante ciò, anzi, a causa di ciò, non ci vengono tolte o risparmiate le realtà penultime… La vita cristiana è l’albeggiare delle realtà ultime in me,è la vita di Gesù Cristo in me; ma è sempre anche un vivere nelle realtà penultime in attesa di quelle supreme” (Etica, 120). Perciò la Chiesa parla di Dio non ai margini ma al centro del villaggio: “Le persone religiose parlano di Dio quando laconoscenza umana (qualche volta per pigrizia mentale) è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamiamo in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o i limiti umani; questo inevitabilmente riesce sempre e soltanto finchè gli uomini con le loro proprie forze non spingono i limiti umani un po’ più avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo… – io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo” (Resistenza e resa, 350s).

Riferimenti Bibliografici


- D. Bonhoeffer, Etica, Bompiani, Milano, 1969;*
- D. Bonhoeffer, Resistenza e resa: lettere e appunti dal carcere, Bompiani, Milano, 1969;*
- I. Mancini, Bonhoeffer, Vallecchi, Firenze, 1969;*
- G. Bellia, Elogio del frammento. Invito all'etica conversando con Bonhoeffer, Cittadella,Assisi, 1992;*
- N. Ciola, La crisi del teocentrismo trinitario nel novecento teologico, Ed. Dehoniane, Roma, 1993, cap. II, pp. 59-238;
- B. Forte, In ascolto dell'Altro. Filosofia e rivelazione, Morcelliana, Brescia, 1995, cap. X, Resistenza e rivelazione. Dietrich Bonhoeffer, pp. 191-214.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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