Erving Goffman: presupposizioni e frames quotidiani – Fondazione Collegio San Carlo

Erving Goffman: presupposizioni e frames quotidiani

  • Gianni Celati

    Professore di Letteratura angloamericana - Università di Bologna

  • martedì 09 maggio 2000 - 17,00
Centro Culturale

Sono stati scelti due testi decisivi di Goffman – Felicity’s Condition e Frames Analysis – per fissare l’attenzione sull’idea di “organizzazione dell’esperienza”. L’elaborazione di Goffman parte da uno studio dei comportamenti in pubblico, ma si rivela subito una fenomenologia dell’Umwelt umano, ossia del modo in cui gli uomini concepiscono e condividono gli spazi ambientali. Ciò che Goffman studia è l’ambiente umano dal punto di vista dei criteri che usiamo per attribuire significato alle situazioni. E l’organizzazione dell’esperienza è appunto l’attribuzione d’un significato o d’un altro alle situazioni in cui ci troviamo. L’idea di frame o inquadratura si riferisce a questo: a come il significato d’una situazione viene percepito, ossia come rispondiamo alla domanda: “Cosa stiamo facendo?”. In qualunque circostanza gli uomini dicono frasi o compiono gesti per rendere percepibile il senso d’una situazione e orientarla nella direzione voluta. A volte incontriamo qualcuno per strada a tarda notte e acceleriamo il passo per fargli capire che non vogliamo aggredirlo. Altre volte sorridiamo per mitigare l’impressione di frasi che potrebbero sembrare dure, dunque per ridefinire il significato d’una situazione. Altre volte vogliamo presentare in una certa luce una scena familiare, amorosa, matrimoniale, professionale, ma interviene un imprevisto per cui tutto risulta percepibile in modo diverso.
Ci si può chiedere se questi frames con cui diamo senso alle situazioni quotidiane siano fatti soggettivi o interpretabili secondo linguaggi privati. Goffman suggerisce che bisogna postulare un isomorfismo tra la percezione dei fatti e l’organizzazione dell’esperienza. In qualsiasi situazione la percezione dei fatti segue schemi o regole con cui inquadriamo e scandiamo l’esperienza. Ad esempio un vecchio articolo di Goffman mostrava come anche durante le risse si continui a usare la buona regola del turno di parola. Altre volte gli schemi d’organizzazione dell’esperienza dipendono da frameworks primari (“cosmologia” o “sistema di credenze” di gruppo, nazionalità, religione). Di qui si spalanca l’invisibile e infinito territorio dei presupposti, ossia di tutto ciò che abbiamo bisogno di poter dare per scontato sia nell’agire che nel pensare. Nell’ultimo suo testo (Felicity’s Condition) Goffman traccia un quadro degli strati di implicito in una qualsiasi comunicazione quotidiana, e dice: “Noi possiamo compiere questi atti di fede senza ‘fare’ nulla…”. Perché ogni attribuzione di significato è un atto di fede in certi presupposti che ci permettono d’essere disinvolti nell’agire, anche se “noi possiamo non renderci mai conto di cosa presuppone la nostra azione”. La disinvoltura è segno d’una avvenuta organizzazione dell’esperienza.

Riferimenti Bibliografici


- E. Goffman, Frames Analysis. An Essay on the Organization of Experience, New York, Harper and Row, 1974;*
- E. Goffman, Felicity's Condition, in "American Journal of Sociology", volume 89, numero 1, 1983.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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