La vulnerabilità dell'esperienza – Fondazione Collegio San Carlo

La vulnerabilità dell'esperienza

L'analisi dei frames in Erving Goffman

  • Rocco De Biasi

    Docente di Sociologia dei processi culturali - Università di Genova

  • da mercoledì 05 aprile 2000 a martedì 09 maggio 2000 - 17,00
Centro Culturale

La vulnerabilità dell’esperienza costituisce uno degli elementi unificanti dell’intera ricerca di Erving Goffman: il “fallimento”, la “perdita della faccia”, lo “straripamento” di emozioni incontrollate, la falsificazione collusiva delle situazioni sociali, la profanazione del self nelle istituzioni totali. Ora, il mondo sociale descritto da Goffman è una sorta un incastro di frames: nella definizione dei contesti di relazione, come aveva mostrato Gregory Bateson, le sequenze comunicative hanno bisogno di una “cornice” o frame, di un inquadramento metacomunicativo, ma questo implica una pluralità di quadri di significato, un lavoro interpretativo piuttosto complesso. Il processo di framing può rivelarsi intrinsecamente fragile. Rispetto all’idea di ” finitezza”, delle province di significato tematizzate da Alfred Schutz nel suo saggio Sulle realtà multiple, Goffman reputa assai più feconda l’idea di Bateson, per il quale “gli individui possono produrre intenzionalmente una confusione di frames tra coloro con i quali interagiscono”. Una situazione in corso può apparire come “reale” agli occhi di un individuo, mentre essa può essere del tutto fittizia, celare un’altra “realtà”, come ad esempio nel caso di una macchinazione o di una truffa. Gli attori possono male-incorniciare (misframe) gli eventi, oppure sono in grado di fabbricare false cornici che altri assumeranno come situazioni “reali”.

L’analisi svolta da Bateson sul fenomeno del gioco fra i mammiferi pre-verbali consente a Goffman di ricavare un modello per concettualizzare la trascrizione o trasformazione di una sequenza di interazione, in questo caso la trasformazione di un combattimento in una sequenza di gioco. Benchè le sequenze di attività possano essere ascritte all’interno di frameworks primari, non va esclusa la possibilità di una loro re-incorniciatura. Goffman identifica due modalità di trasformazione dei frameworks primari: la trasformazione “in chiave”, o keying, e la macchinazione, o fabrication. Nel secondo caso non può trovarsi, un individuo, prigioniero di una situazione definita da altri in modo contrastante o indecidibile? Bateson e Goffman sembrano convergere sulla medesima domanda: quali sono gli effetti sociali della contraffazione, della falsificazione più o meno intenzionale, di segnali metacomunicativi? Un’altra questione ancora: se decidiamo di impiegare la cornice, il frame, come metafora cognitiva – o come metafora della cognizione – tappezzando il mondo sociale di cornici saremmo poi in grado di fornire una descrizione appropriata della realtà quotidiana? Oppure, specie se decidiamo di volgere la nostra attenzione ai significati più che alle strutture, incominceremmo a domandarci, come suggerisce Derrida: “Dove ha luogo la cornice? E ha un luogo? Dove comincia? Dove finisce? Qual è il suo limite interno? Ed esterno? E qual è la sua superficie fra i due limiti?”

Riferimenti Bibliografici


Testi di riferimento per la lezione

- Goffman E., Introduzione a Frame analysis, in "aut aut", n. 269, 1995, pp. 17-34.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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