Filosofia dell'educazione e direzione delle anime nella tarda Antichità – Fondazione Collegio San Carlo

Filosofia dell'educazione e direzione delle anime nella tarda Antichità

  • martedì 31 maggio 2016 - 17.30
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L’età ellenistica, che si fa in genere iniziare con la morte di Alessandro Magno nel 323 avanti Cristo, è caratterizzata dalla nascita di due nuove scuole filosofiche: la scuola epicurea, che sviluppa le dottrine degli atomisti presocratici, e la scuola stoica (con Zenone di Cizio, Cleante e Crisippo). Gli epicurei, che concepiscono un vuoto infinito nel quale i mondi sono fatti di atomi, ammettono l’esistenza negli intermundia di dèi beati simili agli uomini. Indifferenti agli affari umani, questi dèi sono molteplici: niente fa dunque pensare a una forma di monoteismo, nonostante le parole usate da Lucrezio nell’inno a Venere posto all’inizio del De rerum natura («poiché tu sola governi la natura»). Gli stoici, al contrario, contribuiscono potentemente a introdurre nel pensiero antico l’idea di un’unità del divino, dall’Inno a Zeus di Cleante fino ai Pensieri dell’imperatore Marco Aurelio. La teologia stoica è infatti legata alla cosmologia e si risolve in una fisica materialista: il cosmo è un vivente sferico e differenziato, permeato da un fuoco divino, che è anche Ragione universale, a un tempo principio necessario e provvidenziale di ciò che accade, norma delle condotte e regola del pensiero. Zeus è in un certo senso il “volto” o il nome di questo Logos, che è anche Destino, Provvidenza, Natura, e Mondo stesso in quanto razionale. In ogni uomo, il principio superiore è una particella o una scintilla di questa Ragione divina universale che guida la vita in modo conforme alla natura o alla ragione. Gli altri dèi non sono che figure allegoriche degli elementi o dei fenomeni che costituiscono il mondo. In questo senso, si può affermare che lo stoicismo presenta una concezione dell’unità del divino, ma essa resta materialista e immanente.
All’opposto, la dottrina introdotta da Plotino intende promuovere, al vertice del reale, un Principio Primo assolutamente trascendente, definito l’Uno (to hen, in greco). Il pensiero plotiniano implica un superamento dell’ontologia greca classica dal momento che rifiuta il primato dell’essere eterno nel quale Aristotele aveva riconosciuto il Primo motore divino: questo essere, sostiene Plotino, non è autosufficiente e richiede anch’esso un fondamento trascendente, un Principio che non è ciò che produce e non possiede ciò che dona. Da questo Principio procede una “pluralità” che si converte immediatamente verso di Lui e si costituisce in Intelletto, il quale è anche Mondo intellegibile, unità organica, perfetta e vivente delle forme platoniche. Questo Intelletto divino è completamente autarchico ed esente dai bisogni, è eterno e beato. Da questo Intelletto che pensa se stesso procede l’Anima che ne è l’immagine: al pensiero intuitivo succede allora il pensiero razionale e discorsivo e le Forme dell’Intelletto si dispiegano nell’anima come “ragioni” (logoi) che organizzano il Mondo fisico. I tre principi così gerarchicamente ordinati – l’Uno, l’Intelletto e l’Anima – sono dei modi differenti della stessa unità che si dispiega e si “pluralizza”. Il Principio Primo, che è ineffabile, trascende quindi l’essere che fonda. Gli dèi sono molteplici e derivano a loro volta dal rapporto con l’Uno. In definitiva, il neoplatonismo è simultaneamente un pensiero dell’Uno e la forma suprema del politeismo greco, sistematizzato, organizzato e unificato grazie a una corrispondenza rigorosa tra le gerarchie ontologiche e le gerarchie teologiche.

(da Ph. Hoffmann, Y a-t-il un monothéisme philosophique dans l’Antiquité?, in «Le monde de la Bible», 1998, CX, pp. 65-69).

 

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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