Nietzsche e la concezione dell’ascetismo

Genealogia versus storia

  • Bertrand Binoche

    Professeur d’Histoire de la philosophie moderne - Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne

  • martedì 14 maggio 2019 - ore 17.30
Scuola Alti Studi

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La critica di Nietzsche all’«ideale ascetico» è una critica ricorrente: appare nel 1878 nei §§ 136-144 di Umano, troppo umano, per poi fare spesso ritorno, assecondando l’andatura rapsodica del filosofo, prima di trovare la sua magistrale orchestrazione dieci anni più tardi, nel 1887, nella terza dissertazione della Genealogia della morale.
Per Nietzsche non si tratta affatto di rivalutare, per così dire meccanicamente, il piacere contro la sofferenza volontaria. Il § 225 di Al di là del bene e del male richiama uno accanto all’altro utilitarismo, eudemonismo, edonismo e … pessimismo. Bentham e Schopenhauer, la stessa battaglia! Il fatto è che, secondo Nietzsche, entrambi concordano sul carattere decisivo dell’antinomia piacere/sofferenza e sul fatto che, in un modo o nell’altro, è necessario evitarla: anche per Schopenhauer, è per soffrire meno (volendo godere) che è necessario farsi soffrire (privandosi del godimento). A questa prospettiva Nietzsche oppone un’altra distinzione, quella tra potenza e impotenza: «Piacere e dispiacere sono mere conseguenze, meri fenomeni concomitanti – ciò che l’uomo vuole, ciò che vuole ogni piccolissima parte di un organismo vivente, è un di più di potenza» (Così parlò Zarathustra). Ma la potenza non può accrescersi che attraverso la vittoria ottenuta su delle resistenze, le quali implicano una sofferenza del tutto positiva poiché stimola il desiderio di intensificare la potenza: occorre dunque volere la sofferenza, non per punirsi, non per soffrire meno, ma nella misura in cui essa significa la presenza di un ostacolo e dunque un’eccitazione di una volontà.
L’uomo crede di dover combattere in se stesso una natura corrotta. E così ritroviamo l’ascetismo cristiano. Ma ciò può anche significare che in se stesso il superuomo deve superare l’uomo: «L’uomo è qualcosa che deve essere superato», dice Zarathustra. In me, l’ostacolo è l’uomo nella misura in cui «l’uomo» è precisamente il cristiano ascetico: è sull’uomo in me che la volontà deve esercitare la sua potenza e ciò non può darsi senza dolore. Nietzsche realizza una genealogia dell’ascetismo che è interamente orientata contro ciò che quest’ultimo è diventato nelle mani della Chiesa e di cui Schopenhauer offre ai suoi occhi la versione più recente. Egli rifiuta però di condurre la battaglia nel modo in cui lo aveva fatto Feuerbach e di ritornare ingenuamente all’edonismo di Bentham: arriva così a difendere una nuova forma di ascesi il cui fine è quello di cancellare in se stessi, dolorosamente, ogni traccia di ascetismo cristiano. L’impresa è coerente. Tuttavia, realizzandola, Nietzsche non vede fino a che punto tale impresa dipenda da una congiuntura storica che ha fatto emergere il concetto stesso di «ascetismo». Il genealogista dimentica lo storico, il filosofo dimentica il filologo: in questo senso, si può temere che egli fosse meno «inattuale» di quanto pretendeva. Dobbiamo tuttavia essere giusti: dopotutto, accanendosi a pensare contro se stesso, egli forse ebbe un presentimento sul fatto che «di ciò che sembrava riservato a me, si occupa tutta l’epoca» (Frammenti postumi, autunno 1885-autunno 1886).

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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