Dall'immortalità dei sacerdoti all'immortalità dei filosofi – Fondazione Collegio San Carlo

Dall'immortalità dei sacerdoti all'immortalità dei filosofi

Riflessioni sul «Carmide» di Platone

  • Franco Ferrari

    Professore di Storia della filosofia antica - Università di Pavia

  • venerdì 20 marzo 2015 - 17.30
Scuola Alti Studi

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Nei dialoghi platonici si trovano numerosi accenni alla circostanza che l’acquisizione della conoscenza suprema, ossia del sapere relativo alle idee (e ai principi), avvicina l’uomo alla divinità e lo trasforma in un essere immortale. Si tratta, evidentemente, della forma più alta che può assumere il processo di «assimilazione a dio», spesso presentato nei dialoghi come il compito supremo dell’uomo. Platone connette esplicitamente il tema dell’immortalità umana alla conoscenza compiuta e perfetta dell’essere, vale a dire del mondo delle idee. Si tratta di una condizione che rende l’uomo simile a dio, dunque ne determina l’immortalizzazione, trasformandolo da essere mortale in immortale. […]
Sullo sfondo del Carmide agisce esattamente il programma di trasformazione dell’immortalità da pratica sciamanico-religiosa a motivo filosofico. Platone intende collegare la sua nuova nozione di atanasia (immortalità), destinata a trovare pieno sviluppo nel Simposio e nel Timeo, e a venire sistematizzata da Aristotele, ad antiche forme religiose che propagandavano l’eccezionalità di una singola figura. La divinizzazione di questa figura viene sostituita dalla divinizzazione del filosofo, ma l’eccezionalità costituisce un motivo perdurante. Il riconoscimento della continuità tra Zalmoxis e Socrate, che ha lo scopo di nobilitare il tema dell’immortalità, ancorandolo a una tradizione avvertita come straordinaria, si accompagna a quello dell’originalità: immortalità e divinizzazione entrano nel dominio della filosofia abbandonando quello della ritualità: il «vero» medico seguace di Zalmoxis non può che essere il filosofo platonico, ossia Socrate.
Il richiamo alla figura di Zalmoxis, re trace che è anche un dio (Charm. 156d8), gioca un ruolo centrale in questa strategia: nella finzione drammatica del dialogo, a lui e ai suoi seguaci si ascrive l’introduzione di questa nuova forma di immortalità, la sophrosyne (capacità di moderarsi e dominare se stessi), che si può ingenerare nell’anima per mezzo dei bei discorsi, ossia attraverso la filosofia. Questa virtù rappresenta la forma più alta di attuazione delle capacità dell’anima: in essa convergono l’oikeiopragia (l’assolvimento delle proprie specifiche funzioni sociali), la conoscenza di sé e dei propri limiti, il sapere riflessivo e oggettivo e la conoscenza del bene e del male: essa è dunque identica alla phronesis (conoscenza). La nuova immortalità propagandata da Platone è l’immortalità alla quale può ambire il pensiero dialettico e colui che lo possiede, vale a dire il filosofo.

(da F. Ferrari, L’incantesimo del Trace. Zalmoxis, la terapia dell’anima e l’immortalità nel «Carmide» di Platone, in M. Taufer, a cura di, Sguardi interdisciplinari sulla religiosità dei Geto-Daci, Freiburg, Rombach, 2013, pp. 34-35, 38-39)

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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