Il Paradiso perduto – Fondazione Collegio San Carlo

Il Paradiso perduto

Lavoro e peccato nella cultura ebraica

  • Mauro Perani

    Professore di Ebraico - Università di Bologna

  • martedì 02 novembre 2010 - 17.30
Centro Studi Religiosi

Audio integrale

La concezione del lavoro nella cultura ebraica è articolata e complessa e presenta spesso linee di pensiero non solo diverse ma a volte perfino contrapposte. Ciò emerge già dai due primi racconti della creazione che incontriamo in Genesi 1 e 2. Nel primo, frutto di una articolata teologia sacerdotale elaborata nel post-esilio, il lavoro è considerato come un castigo e una maledizione meritata dall’uomo con la sua disobbedienza a Dio, per cui, espulso dal Giardino dell’Eden, dovrà guadagnarsi il cibo con il sudore della sua fronte, così come la donna dovrà partorire nel dolore; la sussistenza umana, sia dell’individuo mangiando, sia della specie procreando, è intrinsecamente legata a fatica, pena e dolore. Il cap. 2 di Genesi, legato a concezioni e immagini più semplici e primitive, descrive invece la terra prima della creazione non come caos primordiale (tohu wa-vohu) ma come una steppa senza alberi ed erbe campestri perché Dio non aveva ancora fatto piovere e non c’era nessuno che la lavorasse e la irrigasse. Conseguentemente, il primo atto creativo di Dio in Gen. 2,7 è di creare l’uomo dalla polvere della terra, quindi di piantare un giardino per porvi infine l’uomo-agricoltore: Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen. 2,15).

Già da queste considerazioni emerge una connotazione duplice e ambigua nella concezione biblica del lavoro umano: da un lato, positivamente, è un elemento necessario alla sussistenza del creato; dall’altro, in negativo, è descritto come una condizione maledetta derivata da un castigo meritato dal peccato. Forse la concezione sacerdotale più tarda presagiva già la visione radicalmente negativa e pessimistica della storia e della realtà che entrerà in Israele a partire dal V sec. a.e.v. con l’apocalittica giudaica, nella quale, fra l’altro, il peccato delle origini è commesso non dall’uomo ma dagli angeli che si uniscono a giovani e belle donne, infrangendo i limiti invalicabili del divino e dell’umano.

Nel pensiero rabbinico, pur dichiarando un certo primato dello studio della Torah, si afferma con forza l’importanza del lavoro a cui il primo valore deve essere ancorato, come si legge nel trattato Avot della Mishnah (II, 2): «È cosa eccellente lo studio della Torah associato con una qualsiasi attività, poiché la fatica che ambedue richiedono fa dimenticare il peccato. Ogni studio della Torah non accompagnato da un lavoro finisce necessariamente col riuscire futile e diviene causa di peccato». Nel Midrash Genesi Rabbah (14, 10) compare il detto Chi non ha lavorato non mangerà, che riecheggia la massima paolina di 2 Tessalonicesi 3, 10: Chi non vuole lavorare, neppure mangi. I testi rabbinici, pur condannando drasticamente il prestito a usura, a volte parlano del lavoro in campo commerciale come più rimunerativo e preferibile a lavori agricoli, mentre i grandi maestri della Mishnah facevano umili lavori manuali: Aqiba il legnaiolo, Yehoshua il carbonaio, Meir lo scriba, Yosi ben Chalafta lavorava il cuoio, Yehudah il fornaio, Abba Shaul l’impastatore e anche il becchino. Infine, il lavoro va fatto non solamente per i propri bisogni, ma anche per il bene del più ampio corpo sociale.

Per il pensiero rabbinico Dio ha posto nell’uomo due istinti o inclinazioni: uno buono e uno cattivo. Il secondo è spesso collegato con l’istinto sessuale anche nei testi dell’ebraismo dei Rabbi, benché esso si sia mantenuto refrattario e alieno all’influsso ellenistico e da tendenze apocalittico-messianiche, in cui il male si identifica col sesso. Infatti, i testi rabbinici vogliono rendere ragione dell’affermazione di Gen. 1,31 dove si afferma che Dio, dopo aver visto tutto quello che aveva fatto creando, esclamò che era molto buono (tov me’od). I maestri si chiedono se questa affermazione sulla totale bontà si applichi anche all’istinto cattivo, pure creato da Dio, e danno la seguente risposta: «Anche la cattiva inclinazione è molto buona? Se non fosse per questa inclinazione, nessuno edificherebbe una casa, sposerebbe una moglie, genererebbe dei figli o si affaccenderebbe in negozi » (Genesi Rabbah IX, 7). Anche il lavoro, che per certi versi parrebbe collegato ad aspetti dell’impulso cattivo, è invece, come la procreazione di figli, un fatto buono e positivo, preludendo i Rabbi alla concezione cabbalistica secondo la quale in qualche modo il male è necessario alla manifestazione del bene.

Ma allora il paradiso di Genesi 1 era una situazione senza lavoro, senza cognizione del bene e del male e senza coscienza morale? Poteva l’uomo essere tale e scegliere il bene amando Dio senza conoscere anche il male? Poteva l’umanità vivere sempre nell’Eden senza il sudore del lavoro e il dolore del parto? La risposta dell’ebraismo rabbinico è negativa. Lavorare e amare sono due dimensioni fondamentali e strutturali dell’uomo normale e sano, come ribadirà l’ebreo Sigmund Freud molti secoli dopo definendo i caratteri dell’uomo sano come la capacità di lieben und arbeiten.

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