Le parole di Jane Austen ci continuano ad affascinare per la loro capacità di trascendere un’epoca, ma sono anche intrise di mondo, di realtà localizzate nel tempo e nello spazio. La sua è, pertanto, una scrittura da intendersi come strumento per filtrar il mondo. […] È in sensi molteplici, con sfumature diverse, che i romanzi di Austen sono opere del mondo, opere che creano e rappresentano mondi. Lo stesso vale per il suo epistolario. Da un lato, essi ci offrono il dettaglio e la minuzia; dall’altro, la vastità e la complessità delle interrelazioni di cui è fatto il mondo. Di questo intreccio di dimensioni e grandezze diverse Austen coglie le finezze, ciò che rimane implicito e invisibile, ma che ha un forte impatto sui personaggi nella loro spesso banale quotidianità. E proprio Walter Scott coglie in pieno questo aspetto, quando si interroga su ciò che Austen fa egregiamente, con una squisitezza a cui dice di non saper arrivare, ovvero la rappresentazione del dettaglio quotidiano, che gli fa paragonare la narrativa austeniana alla pittura fiamminga e olandese. Allora i mondi di Austen sono costituiti anche da tutto quanto compone le sue trame: le vicende sentimentali; il contrasto tra protagonisti e antagonisti; le strategie per creare realismo e verosimiglianza; la costruzione dell’identità dell’eroina; la questione della “situazione” della donna, ma più in generale dell’individuo; o l’importanza di interpretare correttamente la realtà e dunque i pericoli delle letture errate e fuorvianti, come quelle di Elizabeth Bennet ed Emma Woodhouse.
(da D. Saglia, I mondi di Jane Austen, Roma, Carocci, 2024, pp. 13-28)
