La riscrittura di un testo è spesso frutto di un dialogo, più o meno franco e aperto, tra l’autore e il censore. Vi sono casi, però, in cui l’impulso a rivedere la scrittura non deriva da un’esplicita indicazione esterna del censore, ma origina piuttosto da una coscienza tormentata, desiderosa di accondiscendere alle inclinazioni del potere o, più spesso, di prevenirne l’intervento repressivo. In queste circostanze il dialogo si svolge tutto internamente all’animo dell’autore in un confronto sovente serrato tra ciò che lo scrittore desidererebbe dire e la percezione, più o meno corretta, di ciò che il potere vorrebbe ascoltare: il contraddittorio, in altre parole, non è più, o non è solo, tra l’autore e il censore, ma è soprattutto una questione riguardante l’autore e il suo super-io censorio. Nella misura in cui previene la sanzione dell’autorità, dispensando dunque il potere dal censurare, l’autocensura – di questo si tratta – diventa la testimonianza più lampante della persuasività del messaggio imposto dal potere stesso: qualcuno l’ha definita, non a torto, il «segno della sorveglianza assoluta» [Nadežda Mandel’štam]. Nella sua versione ideale, assoluta per l’appunto, l’autocensura coincide con la perfetta interiorizzazione delle norme repressive: in questi casi essa agisce preventivamente, a un livello quasi inconscio, ben prima della redazione testuale di un’opera, risolvendosi in un travaglio recondito destinato a sfuggire allo sguardo esterno, destinato cioè a dispiegare i suoi effetti senza lasciare alcuna traccia documentaria. Solo quando essa si svolge in modo imperfetto, quando il calcolo di convenienza e di opportunità mostra qualche segno di cedevolezza dispiegando la sua azione incerta nel corso del processo di redazione o composizione dell’opera, e non preventivamente al concepimento della stessa, solo in questi casi lo storico ha la possibilità di intercettare qualche testimonianza documentale: tra le pagine di epistolari privati, nelle ferite materiali di una o più versioni manoscritte dell’opera, o ancora attraverso il confronto tra diverse edizioni a stampa del medesimo testo pubblicate a distanza di qualche anno l’una dall’altra.
Nell’Europa di antico regime, e più specificamente nella penisola italiana della prima età moderna, l’autocensura iniziò a manifestare i suoi effetti a partire dalla seconda metà del Cinquecento. Diversamente dalle generazioni nate e cresciute nei primi decenni del secolo, gli uomini e le donne venuti alla luce negli ultimi due quarti, quando i primi indici ufficiali erano stati già pubblicati e la macchina organizzativa censoria, pur con le sue molte aporie, funzionava ormai a pieno regime, percepirono il sistema inquisitoriale e censorio come un dato permanente, quasi ineluttabile, della loro esistenza. Letterati e intellettuali appartenenti a queste nuove generazioni impararono presto a fare i conti con quella ineludibile presenza: con il passare del tempo essi interiorizzarono le regole fondamentali del gioco censorio, escogitando una serie di strategie volte a prevenire l’esercizio della costrizione esterna.
(da G. Caravale, Libri pericolosi. Censura e cultura italiana in età moderna, Bari-Roma, Laterza, 2022, pp. 280-281)*
