Il “dittico di Isacco” della basilica di San Francesco ad Assisi e la grande Croce per Santa Maria Novella sono l’exploit di un artista che imprime una svolta radicale al linguaggio artistico e ai suoi strumenti, fondendo la lezione dell’Antico e un’acuminata modernità. Incomprensibili, l’una e l’altra, senza il contatto con le élites dei due Ordini mendicanti e con la Curia romana, crossroads delle più aggiornate tendenze culturali in Europa e – Roma – stiva a cielo aperto delle memorie dell’Antico, cui ora si comincia a guardare in un modo così rinnovato da esser pari soltanto a quello che avverrà poi nel Rinascimento, un secolo più tardi.
Nelle due storie di Isacco, ad Assisi, lo spazio è costruito per provocare illusione, e lo strumento dell’illusione è la perspicuità assoluta della visione: i riquadri si incastonano sulla parete piatta facendovi emergere due finti, perfetti cubicoli, deliberatamente gemelli perché due gemelli – Esaù e Giacobbe – ne sono i protagonisti. Lo spessore di rimandi alle gamme cromatiche e illusive della pittura antica e alle sue immagini fa da contraltare all’attualità delle conoscenze mediche che permettono la descrizione degli occhi di Isacco accecati dal tracoma, e all’immaginazione avveniristica dello spazio vuoto e sconosciuto nel quale, sollevata la tenda, fugge e sparisce Rebecca la madre ingannatrice; posso solo accennare a questi aspetti, ognuno di essi di modernità totalmente inattesa e inedita.
Quanto alla Croce, in cui i dolenti Maria e Giovanni sembrano i “doppi” delle figure di Assisi cui siano stati assegnati nuovi nomi, gli studi realizzati in occasione del restauro ormai più di vent’anni fa hanno mostrato con assoluta evidenza come la “tecnica” in Giotto fosse tutto meno che una pratica priva di ambizioni intellettuali e staccata dalla fase creativa. Al contrario, è la magistrale forma di competenza che permette a Giotto di agire sulla struttura lignea della croce modificandone la forma tradizionale affinché il corpo crocifisso risulti anatomicamente plausibile, inchiodato al legno con le braccia flesse dalla forza di gravità perché ormai non più in vita, o forse colto nel momento stesso del trapasso. Non possiamo affermare con certezza che dietro la descrizione del volto soffuso di ombre del Cristo e dei fasci muscolari sottesi alla pelle illividita ci sia uno studio medico e scientifico: ma certo, l’anatomia è tutto meno che simbolica, e il giro di boa rispetto alle croci precedenti, inclusa quella di Cimabue per la francescana Santa Croce, ca. 1280, è nettissimo.
(da S. Romano, Giotto. Intelletto e tecnica, mondo sociale e pictorial thought, in La trasmissione del sapere. Per i 400 anni del Collegio di San Carlo in Modena, Modena, a cura di G. Cerro, S. Suozzi, G. Zanetti, Modena, Franco Cosimo Panini Editore, in corso di pubblicazione)*
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