Lo zen si rifà alla Via di una ricerca interiore vissuta nella calma, nel silenzio della meditazione, nei gesti di una rigorosa disciplina di vita, come insegnato dal Buddha. Eppure, per i maestri zen, il ridere è un’esperienza fondamentale. Non hanno mai considerato il comico come una distrazione, se non addirittura una negazione della serietà, della forza e della santità del percorso spirituale. Anzi, i maestri hanno sempre insegnato che ne è un elemento essenziale, che se non c’è ridere, non è un’autentica esperienza zen. E che, se non c’è una risata, non esiste un vero risveglio. Infatti, secondo lo zen – che è una delle tradizioni buddhiste più sofisticate da un punto di vista teoretico –, la trasmissione dell’illuminazione inizia proprio con un sorriso. (…)
Nella sua storia, lo zen ha sempre fatto uso del comico, utilizzando l’intera gamma delle sue espressioni: dall’ironia al paradosso, dalla satira al gesto clownesco. I maestri sanno benissimo il pericolo che la risata possa trasformare il senso di libertà che c’è nel ridere in un’espressione di cattiveria egotica e di dominio sull’altro. La risata in effetti può essere cinica, tagliente, o anche amara e distruttiva verso tutto e tutti; può essere un’espressione di ostilità, di aggressione, di un orgoglio sprezzante nel ridicolizzare gli altri al fine di esaltare sé stessi e la propria superiorità spirituale. Sanno che la loro lucida scelta di irridere le scritture e i patriarchi può essere fraintesa, con la conseguenza di far perdere preziosi punti di riferimento e trasformare l’indipendenza intellettuale in licenza. La risata dei maestri è spesso grassa e terrigna, eppure è molto sofisticata e densa di implicazioni. Ma può essere usata come giustificazione per forme impulsive e infantili di comportamento. Non vogliono certo che quella che considerano una forma più profonda di sapienza sia confusa con l’ignoranza buffonesca e autoindulgente e che il ridicolo diventi fine a sé stesso, come un modo di eludere la verità, di evitare la propria responsabilità o di fortificare i propri pregiudizi. Questo è avvenuto a vari livelli da parte di monaci e di laici, ma non è mai stato accettato. C’è stata sempre una linea che ha distinto i grandi maestri dai «piccoli comici». Nella tradizione zen, il riso è stato usato in modo molto controllato e selettivo, e soprattutto è stato mirato al bene della Via, a una crescita spirituale, come strategia per realizzare il risveglio.(…)
La ricerca della verità ultima è così difficile perché la cerchiamo nei meandri involuti dei ragionamenti, in zone vertiginose della mente che la superbia di voler «possedere», di voler «conquistare» la sapienza rende buie. La verità invece può irrompere con la sua luce dentro di noi, qui e ora, nella serena, silenziosa consapevolezza della realtà così com’è, accolta facendosi vuoto, senza interporre giudizi, schemi ideologici, valori normativi, ma lasciando che le mani si aprano, facciano cadere tutto, anche ogni desiderio di dominio del vero, in un gesto di pace con sé stessi e con il mondo.
Per questo i maestri insegnano a ridere della ricerca della santità. Le loro risate bonariamente ironiche sono dirette ad abbassare l’orgoglio, a sgonfiare la superbia dell’io. Come il poeta Demaru che scrive in un haiku: «Siede come un Buddha / ma nel suo Nirvana / è punto dalle zanzare»
(Da M. Raveri, Il riso degli dèi, il sorriso del Buddha, la risata dei maestri zen, in M. Bettini, M. Raveri e F. Remotti, Ridere degli dèi, ridere con gli dèi. L’umorismo teologico, Bologna, Il Mulino, 2020, pp. 140-142)*
